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La guerra del futuro, un ritorno al passato. Privato e pubblico nelle politiche di Stato

Walter Barberis

La guerra oggi propone uno statuto ambiguo: quella che fino a pochi anni fa era una tragica svolta della politica, secondo il dettato di Clausewitz, e cioè la forzatura finale di ciò che la politica non era riuscita a fare, oggi è tutt'altra cosa. Ed anche la dimensione istituzionale è del tutto cambiata. la guerra non è più una questione fra Stati, ma è guerra al terrorismo, è guerra umanitaria, è guerra per le risorse, è guerra preventiva, secondo le più varie definizioni dei conflitti. Non solo: venendo meno la dimensione statuale tradizionale, la guerra sta sempre più assumendo le caratteristiche di una componente della politica e dell'economia mondiale e non già una conseguenza precipitosa di
esse. Dissimulato da termini e giustificazioni ideologiche di varia intonazione, il conflitto armato corre lungo il filo di diversi interessi, prevalentemente privati, di grandi gruppi industriali e finanziari legati
ovviamente alla politica. Curiosamente, la situazione che si profila per il futuro prossimo ha molti tratti in comune con il periodo che immediatamente precedette la formazione dei grandi stati nazionali e la loro organizzazione armata, cioè prima che lo Stato detenesse il "monopolio della violenza".
Appalti a compagnie private, mercenari, carriere private e carriere pubbliche si intrecciavano con logiche non casuali. Può sembrare paradossale, ma il venir meno di una ragione pubblica sul piano delle politiche internazionali (la svalutazione dell'ONU) e in molti casi anche in ambiti nazionali (è il caso italiano, con una statualità sempre più fragile e con la prevalenza dell'interesse privato) delinea un futuro di guerra del tutto simile a un passato vecchio di cinque secoli. La storia ci propone
così due lezioni: una sul passato e una sul nostro presente. Non senza avvertimenti sul nostro futuro.