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War is over… La guerra in Iraq dopo il discorso della portaerei di George W. Bush, 1° maggio 2003

La guerra occultata
Sergio Cararo

Chi lavora nell’informazione sa che ogni giorno sui principali teatri della guerra preventiva in corso, ci sono combattimenti, attentati, morti, feriti. Chi vuole sa dove trovare le fonti e le notizie.
Ma per l’opinione pubblica – a meno di eventi drammatici che non è possibile occultare – la guerra non esiste più. In questo senso agisce la logica che portò il presidente statunitense George Bush a dichiarare il 1° maggio 2003 che la guerra in Iraq era finita.
Parlare dunque di lotta contro la guerra in una fase in cui “non si può più distinguere la pace dalla guerra” ed in cui il coinvolgimento degli apparati civili (vedi le Ong) e il livello “morale” del conflitto crescono e diventano decisivi ci pone seri problemi di analisi, informazione e chiarezza politica sulla funzione e gli obiettivi di una coalizione di movimento contro la guerra.
Nascono qui i pericoli di guerra: a concertazione imperialista del 1900 era diventata guerra interimperialista solo quattordici anni dopo ponendo fine a quel processo di globalizzazione compiuto del pianeta iniziato nella seconda metà dell’Ottocento
e che aveva raggiunto il suo apice proprio nella Belle Epoque del primo decennio del Novecento
Oggi le contraddizioni che portano alla guerra sono evidenti e agiscono concretamente. Non si tratta solo delle guerre asimmetriche a cui abbiamo assistito in questi anni (l’Afghanistan, l’Iraq, la Jugoslavia somigliano molto alla spedizione contro i Boxer in Cina), ma di una escalation della
competizione a tutti i livelli – incluso quello militare – tra le varie potenze.

Una guerra contro la ragione
Giorgio Carnevali

La guerra irachena denota il fallimento culturale, oltre che morale e politico, dell’America di George W. Bush. Presentata da quest’ultimo quale tappa necessaria di un’altrettanto necessaria guerra totale al terrorismo, la guerra all’Iraq, in quanto guerra interstatuale, non poteva essere che un mezzo inadatto allo scopo, rivelando così la completa inadeguatezza culturale, prima ancora che politica, di un’America che pretendeva di imporre al mondo del XXI secolo un irrealistico primato imperiale.  

Enduring Hysteria: le strategie comunicative dei neo-cons
Michelangelo Conoscenti

Partendo dall’affermazione del Colonnello P.J. Crowley, portavoce del National Security Council statunitense (“come è possibile pensare, al giorno d’oggi, di combattere una guerra senza tener conto dell’attenzione dei media? È una realtà con cui ci misuriamo ogni giorno. Allora si deve pianificare la propria strategia mediatica così come si pianifica qualsiasi operazione strategica, per qualsiasi guerra”), si metterà in evidenza come il discorso del 1° maggio 2003 sia solo un tassello di un’articolata strategia comunicativa dei Neo-Cons le cui radici possono essere fatte risalire alla metà degli anni Novanta. Alla base di questa strategia si pone il language engineering, di cui si discuteranno i principi ed alcuni esempi legati alle recenti guerre e del loro effetto sulla percezione dei conflitti da parte dell’opinione pubblica.

L’impero del XXI secolo. Origini, motivazioni e conseguenze economiche e strategiche delle guerre
Alessandro Lattanzio

- la Guerra all'Iraq del 2003: Guerra 'economica' o guerra 'strategica'?
- la reazione nel mondo: allineamento a Occidente e contrapposizione a Oriente
- la guerra all'Iraq, l'ultima del Secolo 'americano' o la prima del XXI secolo?