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Finché c’è guerra… Emergenze umanitarie e “operatori di pace”

Marco Deriu

In questi ultimi decenni il sistema degli “aiuti umanitari” si è caratterizzato per una vistosa eterogenesi dei fini. Le motivazioni umanitarie – già di per sé più o meno discutibili per gli assunti impliciti rispetto ai rapporti nord-sud e alla lettura riduzionista delle problematiche che attraversano i paesi non occidentali - che hanno mosso molti degli attori originari sono state comunque in gran parte travolte da quattro fenomeni principali: 1 - l’internalizzazione degli aiuti nelle dinamiche delle guerre locali, di cui sono divenuti una componente e una risorsa fondamentale; 2 - la trasformazione del sistema degli aiuti in un business internazionale e il mutamento delle Ong verso la forma e le logiche delle imprese tradizionali rivolte alla crescita e al profitto; 3 - la compartecipazione delle Ong e delle Agenzie umanitarie ai più ampi processi di deregulation, di privatizzazione e di indebolimento delle strutture socio-economiche locali; 4 - la crescente integrazione degli aiuti umanitari nelle nuove strategie belliche e la contiguità sul campo tra attori e operazioni militari e attori e operazioni civili.
L'umanitario oggi rappresenta una nuova arma che si affianca a quelle economiche, politiche e militari tradizionali. Operazioni militari e operazioni umanitarie non sono affatto modalità di azione in sé contraddittorie, ma al contrario oggi rappresentano diverse facce della stessa medaglia, entrambe strumenti di un nuovo tipo di strategia ed iniziativa bellica di tipo pubblico-privato che si è evoluto a partire dagli anni Novanta del secolo scorso.

Patrice Yengo

Chi potrebbe nel mondo d’oggi, nel quale incrudeliscono calamità d’ogni genere, opporsi apertamente all’intervento umanitario?  E nondimeno dobbiamo constatare che, nell’economia di guerra e dei conflitti politici che si svolgono sul Continente africano, in relazione alla divisione del lavoro tra il marziale e il non governativo, l’umanitario è divenuto un valore di borsa della buona coscienza dei mercanti di sangue. L’azione umanitaria non ha a che fare né con il pentimento, né con la carità. Essa non trae la sua logica dalla compassione ma piuttosto dalla cattiva coscienza di coloro che fomentano le guerre. Costoro debbono nutrire sufficiente commiserazione per le loro vittime per poter continuare ad esercitare la loro potenza senza farsi detestare. Scopo ultimo dell’umanitario non è tanto confortare l’altro, ma piuttosto confortare la propria coscienza. Così esso appare l’ultima virtù della guerra. Uscire da questo circolo vizioso è pensare l’umanitario fuori del paradigma bellico, come operatore dipace, ossia estirparlo dalla logica dell’urgenza di cui la guerra è la giustificazione.