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La mafia, gli americani e la tentata "guerra di secessione" nella Sicilia del Secondo dopoguerra

Il mito della liberazione mafiosa della Sicilia
Saro Mangiameli

L’immagine più accreditata del Sud e della Sicilia post 1943 è quella di una società immersa in un precoce dopoguerra, che assiste da lontano al compiersi del conflitto che pure l’aveva investita lasciando una tragica scia di perdite e distruzioni. L’immagine prevalente, suffragata dalla ricerca storica, è dunque quella di una sezione del Paese che si avvia a ricostruire mentre ancora fa i conti con un recente passato, attuando talvolta una doppia rimozione, sia relativa agli aspetti più tragici o più compromettenti di quel passato, sia relativa alla lotta che si stava combattendo ancora al Nord. Tuttavia anche a Sud, come sarebbe più tardi accaduto al Nord, la guerra non finì in un sol giorno, il suo strascico di violenza si protrasse ancora per molti mesi.
In Sicilia la frattura più importante si manifesta con la nascita del separatismo che si avvale della rinascita della mafia. Per un certo periodo i due fenomeni (concettualmente e di fatto ben distinguibili) si sovrappongono e quasi si confondono, sono espressioni di una forte tensione che attraversa la società isolana nella crisi dell’ultimo fascismo e nello stress cui la guerra l’aveva sottoposta. Vale la pena di ricordare che per la maggior parte della durata della guerra la Sicilia fu tra le regioni maggiormente coinvolte nelle operazioni belliche, protesa com’è sul Mediterraneo e a ridosso dell’Africa. L’assedio e l’occupazione del 1943 completarono il quadro.
Con l’occupazione apparve chiaro a sezioni importanti delle classi dirigenti regionali, talvolta anche compromesse con il fascismo, 1) che era necessario scindere le proprie responsabilità del vecchio regime appena tramontato, 2) che per farlo non sarebbe bastato restare legati alla monarchia e al vecchio stato, privi di autorevolezza dopo la fuga dell’8 settembre, 3) che il dopoguerra avrebbe portato a una radicalizzazione simile se non superiore a quella del precedente dopoguerra.
Il tentativo di aggregazione di un fronte che sostituisse a quei pericolosi prodotti delle culture moderne che sono le ideologie, una sorta di anti-ideologia cercata nei toni rassicuranti della dialettalità, non potè non essere caratterizzato anch’esso da un forte radicalismo sociale e politico in senso reazionario. Tutela del latifondo, declinazione di una sicilianità di cui la mafia era parte importante, estraneità delle élites rispetto al fascismo, tutto ciò venne proposto agli Alleati appena arrivati in segno di disponibilità e collaborazione. La tutela dei vincitori era ovviamente un dato importante per costituire un fronte politico o addirittura proporre una nuova aggregazione statuale di dimensione regionale. Era altrettanto importante per la fase di ricostruzione della mafia, che cercava una sua legittimazione nelle relazioni d’oltre oceano con la mafia americana, oltre che con le autorità statunitensi. Diritti di primogenitura, se non di paternità, e millantato aiuto nelle operazioni militari dovevano servire a questo accreditamento.
Così il mito di uno sbarco mafioso sarebbe stato funzionale al tentativo di aggregazione di un fronte che avrebbe trovato nell’anticomunismo il collante necessario al suo funzionamento.
Seguire la genesi e la fortuna di questo mito ci porta a intrecciare due livelli di analisi, uno riferito alle relazioni locali in particolare nell’area interna e latifondistica, e l’altro riferito agli effetti di amplificazione dato dagli intrecci di idiomi locali con i linguaggi di più universale fruizione della politica e delle scienze sociali.
Fu sufficiente questo armamentario ideologico, questa aggregazione regionale a compattare un fronte di lotta per resistere al Vento del Nord? L’aspetto più importante da mettere in rilievo mi sembra la difficoltà di trovare un linguaggio e una intesa su scala nazionale con le altre forze di destra. La vicenda siciliana resta così un aspetto emblematico della disgregazione della destra nel dopoguerra, vicenda che libera segmenti disponibili per ogni avventura a cominciare da quella terroristica giocata a Portella della Ginestra il 1 maggio del 1947. Sarebbe stato questo un modo di esercitare pressioni sul sopramondo politico. Ma nel sottomondo ancora si stava specializzando la nuova attitudine della mafia a tenere rapporti con il nuovo quadro politico democratico. E questo resterà un elemento di lunga durata nella storia dell’Italia repubblicana.

Verità e menzogne su Mafia e Stati Uniti
Salvatore Lupo

Sappiamo per certo che nel corso del 1942 i servizi segreti della marina degli Stati Uniti raggiunsero un accordo con il grande boss del gangsterismo italo-americano degli anni Trenta, Charlie Lucky Luciano, per la cogestione dell’ordine pubblico al porto di New York nella congiuntura drammatica della guerra. Stando a una tesi ciclicamente riproposta in una varia letteratura, in una quantità di opere giornalistiche e di fiction, Luciano avrebbe anche funto da mediatore in vista di un accordo tra i servizi segreti e la mafia siciliana inteso ad agevolare lo sbarco alleato nell’isola; anzi proprio a causa di quest’accordo la Sicilia sarebbe stata scelta per l’Operazione Husky, ovvero per il primo sbarco sul continente europeo delle truppe anglo-americane schierate in Nord-Africa (9 luglio 1943). La rinascita della mafia siciliana dopo la repressione fascista viene spesso addebitata all’effetto lungo di queste trame.
Ora, niente nella documentazione indica che la mafia sia davvero, in qualche modo, entrata nella pianificazione dell’invasione e a maggior ragione nella gestione delle operazioni militari. Sul medio periodo, recenti ricerche indicano che essa si trovava già in fase di forte ripresa negli anni Trenta, nella seconda stagione del fascismo. La tesi che il rinnovarsi delle sue fortune sia da addebitarsi a un grande complotto dello “straniero” va vista come una semplificazione inaccettabile, che alla fine serve ad assolvere dalle loro responsabilità i massimi protagonisti della storia siciliana e nazionale.