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Quanto durò la Guerra dei Trent'anni?

La Guerra dei Trent’anni fu sicuramente la più grande e dolorosa dell’età moderna. Fu la “guerra delle guerre”, costituita da una serie di conflitti singoli, ma che si svolse nello stesso teatro di guerra. Di conseguenza superò tutte le altre a causa della sua durata che andò oltre ogni esperienza umana, arrestandosi soltanto all’ultimo momento, prima di un’irreversibile distruzione culturale. Perché?
Questa relazione vuole innanzitutto presentare le tre ragioni principali per cui tale guerra non fu interrotta prima, nonché i mezzi attraverso i quali ciò fu possibile e vuole infine ricordare alcune cose che possono essere valide nel tempo, addirittura fino ad oggi.   

Il testo in italiano della relazione del professor Johannes Burkhardt

La domanda contenuta nel titolo, alla quale mi è stato chiesto di rispondere, a Vienna appartiene alle barzellette sull’arciduca Ferdinando. L’arciduca avrebbe dovuto sapere qualcosa di storia, ma soffriva di un leggero ritardo mentale. Per riguardo al suo status altolocato le sue risposte non potevano essere dichiarate sbagliate, come invece avrebbe desiderato l’intera corpo degli insegnanti. L’insegnante chiedeva: “Quanto durò la Guerra dei Trent’anni?”. L’arciduca Ferdinando: “15 anni”. L’insegnante: “In un certo senso sì! In effetti di notte non si combatteva”.
Questa battuta un po’ sciocca, che avrebbe più senso se si pensasse agli intervalli invernali e alle numerose pause armistiziali, ci ricorda che nella ricerca, un tempo, si è effettivamente dibattuto riguardo all’espressione “Guerra dei Trent’anni”. Infatti la Guerra dei Trent’anni è costituita da una serie di quattro singole guerre, denominate in base a chi di volta in volta era il nemico dell’Impero Asburgico: la guerra boemo-palatina, la guerra sassone-danese, la guerra svedese, la guerra franco-svedese. Al calcolo si può aggiungere anche la guerra di successione mantovana come rappresentativa della guerra fra i Francesi e gli Asburgo già negli anni Venti del Seicento, nonché, a partire dal 1621, la lunga ultima fase della guerra di indipendenza olandese durata ottant’anni. Il conflitto per il dominio del Mar Baltico iniziò già molti anni prima, e la guerra fra Francia e Spagna terminò solo un decennio dopo. Riguardo a tale questione, il ricercatore americano S. H. Steinberg ha formulato la discussa affermazione secondo cui il drammatizzante concetto di “Guerra dei Trent’anni” è solo una denominazione arbitraria formulata a posteriori da storici che guardavano in retrospettiva.
Questa affermazione è sbagliata. Naturalmente fino a che la guerra non terminò, non si poteva sapere che sarebbe durata trent’anni. Tuttavia Konrad Repgen ha dimostrato che gli anni di guerra furono contati insieme fin dall’inizio e che in dozzine di pubblicazioni di guerra già nei titoli gli anni erano indicati in crescendo come “ora 5, 6, 10, 14, 20, 29 anni” e alla fine si usa l’espressione “Guerra dei Trent’anni”.  Tale conflitto venne quindi generalmente percepito come un’unica guerra, e cioè come la guerra più lunga in assoluto – addirittura più lunga della guerra del Peloponneso, come era noto a poeti e letterati. L’unità di questa “guerra delle guerre” (Burkhardt) – nel senso che fu costituita da una serie di guerre e nel senso che superò tutte le altre – fu l’unità del teatro di guerra nell’Europa centrale, dove i poteri europei si scontravano, e fu una terribile unità per il Sacro Romano Impero Germanico. Da Nord-Est a Sud-Ovest la Germania fu attraversata da una diagonale di distruzione, e il classico esito demografico sembra aumentare ad ogni controllo statistico. Il terribile trio violenza-epidemie-fame costò la vita ad un terzo e in alcune zone a due terzi della popolazione. Che cosa devono aver provato i sopravvissuti? Per la maggior parte di loro l’esperienza traumatica di questa serie di guerre e di campagne militari venne assimilata in associazione ad epidemie e crisi alimentari che proseguivano inesorabilmente e che presto o tardi raggiungensero e segnarono profondamente tutti i territori tedeschi. La dimensione di minaccia culturale di questa guerra è evidente. La guerra terminò solo all’ultimo momento, prima che il danno diventasse irreversibile e irreparabile – perché non prima? Il proverbio “Un gioco che si comincia con leggerezza non si riesce ad interrompere facilmente”  appartiene ai detti dell’epoca e venne riferito a questa esperienza lunga trent’anni. Non si sarebbe potuta fermare prima? La domanda “Quanto durò la Guerra dei Trent’anni?” genera la domanda “Ma perché questa guerra  durò così a lungo?”.   
I contemporanei non seppero rispondere, e in realtà gli storici neppure. Alcune rappresentazioni diffuse trovano rifugio in metafore naturali e parlano di conflagrazione o di una guerra che si autodivora, ma naturalmente questo non spiega nulla. Tuttavia non si è ancora deciso se si spiega molto di più parlando invece di dinamica di incremento graduale (escalation). Ciò che mantiene la guerra in atto è l’alto numero di conflitti, ma ancor di più la difficile soluzione, anzi, l’irrisolvibilità di tali conflitti, fra cui potremmo facilmente citarne una dozzina. Le riflessioni che seguono si limitano a tre fra questi, e più precisamente a quelli che erano in realtà del tutto irrisolvibili.


I.

Il primo fattore di prolungamento è da ricercare a livello di una guerra di religione e di comunicazione. La guerra si trascinò a lungo poiché era anche una guerra di religione. Qui bisogna prendere in considerazione la particolare intolleranza dell’epoca, a carattere strutturale. Quando gli avversari appartengono a diverse religioni è già abbastanza terribile per la costruzione di spauracchi; tuttavia ancora più terribile è quando questi appartengono alla medesima religione cristiana, ma ogni confessione è sinceramente convinta di essere l’unica a possedere l’intera, antica verità cristiana, mentre la confessione concorrente se ne distanzia malamente. Siamo ancora in pieno periodo di divisione e costruzione di identità religiosa . Gli uni possedevano il “vero, antico Vangelo” ed escludevano tutti coloro che non lo predicavano nel loro modo, gli altri appartenevano alla “vera antica organizzazione ecclesiastica” e negavano l’esistenza di tutti gli altri. I politici utilizzarono queste dinamiche religiose per la mobilitazione e la delimitazione, ma allo stesso tempo ne subirono anche la pressione. Non ci si liberò facilmente dei fantasmi allora evocati.
La diversità di religione ha svolto un certo ruolo, che però è stato spesso sopravvalutato, anche nello scoppio della guerra. Tuttavia il suo ruolo di fattore di prolungamento della guerra diventa evidente nel 1630. Dopo un abbondante decennio di combattimenti la guerra era in realtà già terminata: l’imperatore aveva represso l’insurrezione boema insieme agli spagnoli e alla Lega Cattolica, aveva occupato il Palatinato e sconfitto i suoi Conti, aveva vittoriosamente fermato l’intervento della Danimarca e dei Paesi Bassi con la Pace di Lubecca nel 1629. Egli aveva vinto la guerra e si stavano chiudendo le operazioni militari. Ed ecco che nel 1630 il Re di Svezia Gustavo Adolfo sbarca sulla costa tedesca del Mar Baltico. Questo accadde non primariamente per motivi religiosi, ma così fu presentato all’Impero e così fu percepito in Germania. Era anche verosimile date le circostanze, in quanto con l’Editto di Restituzione dell’imperatore Ferdinando, nel 1629, i regni protestanti si trovarono in una difficile situazione. Nella domanda, contestata fin dai tempi della pace religiosa asburgica, su fino a  qual punto un principe, che esigeva lo jus reformandi per la determinazione della confessione, avesse il diritto di detenere il potere spirituale anche in futuro, e in ogni caso, l’imperatore aveva deciso, nel momento dei suoi massimi successi militari, a favore dell’interpretazione cattolica del diritto, e di conseguenza aveva ordinato una restituzione di monasteri e diocesi.
Ai fini della propaganda diventò ancora più importante il fatto che proprio nell’estate del 1630 cadesse il primo centenario della professione di fede protestante, che fu celebrato da entrambe le parti, ognuna a suo modo: alcuni pubblicisti cattolici sostenevano già in partenza che i protestanti non avrebbero visto il loro giubileo, mentre i protestanti esprimevano la speranza per l’avvento di un “Salvatore”, che sempre più chiaramente assumeva il sembiante del re di Svezia, giunto nel momento più opportuno. Alcuni esempi possono rapidamente illustrare in qual misura la propaganda religiosa per immagini diventò una guerra nei mezzi di comunicazione.
La guerra dei volantini, che qui raggiunse il suo momento più alto, portò ad una nuova mobilitazione religiosa che chiuse la strada alla pace. I prìncipi dell’Impero, che non avevano chiamato il re svedese e che per la maggior parte nemmeno lo volevano, si sentirono obbligati a legarsi a lui a causa della pressione di un’opinione pubblica sempre più impregnata della dimensione religiosa. Nella Sassonia protestante, che per un decennio era stata fedele all’ imperatore, questa coercizione esercitata dalla propaganda e dalla religione è evidente. Il principe Giorgio I sostenne che fino a quel momento non si era trattato di una guerra di religione, ma ora lo stava diventando, e passò all’altro schieramento. Con tali argomentazioni religiose, la guerra proseguì.
Tuttavia fu presto chiaro ad entrambe le parti che la guerra non avrebbe ristabilito l’unità religiosa in Germania. Forse il Papato l’aveva temporaneamente sperato e si fidò di Gustavo Adolfo. Ma, al più tardi quando la Francia entrò in guerra dalla parte sbagliata dal punto di vista religioso, tale obiettivo era già obsoleto. Ma come si poteva uscire nuovamente dal clima degli spauracchi religiosi e delle grosse aspettative fomentato dalla stampa? Come ci si poteva liberare dalla strutturale intolleranza religiosa?
A livello della religione ciò non era possibile. Era solo possibile uno spostamento del problema alla dimensione politica e giuridica. Lo si era fatto con mezzi ancora più insufficienti, già una volta con la pace religiosa asburgica. Tuttavia, a causa di diverse interpretazioni,  il principio basilare della remissione della scelta religiosa ai singoli prìncipi aveva portato a rapporti complicati fra interventi stranieri e violenze che non erano più risolvibili. In seguito a lunghe consultazioni ci si era accordati per una geniale soluzione: la regola dell’anno di riferimento. In base al cosiddetto “anno normale” si definì la suddivisione religiosa della Germania, con le sue maggioranze e minoranze. Ma quale anno avrebbe dovuto essere? La parte protestante avrebbe preferito la situazione precedente alla guerra del 1618 come data di riferimento, la parte cattolica invece avrebbe voluto il 1627, con la situazione già definita dalla Pace di Praga, la quale avrebbe permesso alcuni vantaggi. Su proposta dei Sassoni, già inclini al compromesso, ci si accordò su un anno intermedio, “l’anno normale” 1624. Se al giorno d’oggi i tedeschi sono cattolici o protestanti, dipende dal fatto che i loro antenati siano andati in una chiesa cattolica o protestante il 1° gennaio 1624. Ciò non corrisponde al nostro concetto di libera autodeterminazione, ma era efficace per il mantenimento della pace religiosa. La garanzia dei diritti religiosi dei sudditi, anche verso il proprio principe, dopo il 1624 portò al fatto che la conversione di Augusto il Forte alla Chiesa cattolica per diventare re di Polonia non ebbe conseguenze sui Sassoni protestanti, fatta eccezione per la città di Dresda che vanta ben due edifici sacri di fama mondiale: la chiesa di Nostra Signora (Frauenkirche), ricostruita di recente, per i cittadini protestanti, e la chiesa cattolica Hofkirche di Chiaveri. Grazie ad una energica generazione di giuristi costituzionali, che fecero rispettare tale interpretazione dell’anno normale in modo da mantenere la pace, la cartina geografica delle religioni in Germania rimase stabile.  
Questo metodo di risoluzione dei conflitti, ovvero non tentare di districare il conflitto irrisolvibile bensì congelarlo nello status quo (in inglese: freeze), che qui non è stato sperimentato solo politicamente, ma è anche stato giurisdizionalizzato, ha dato buoni risultati anche successivamente, in altre occasioni. La Guerra fredda, che ha impedito un devastante conflitto militare attraverso il rispetto di zone di influenza prestabilite, diventò nel XX secolo il miglior esempio di tale strategia.
Comunque la giurisdizionalizzazione dei conflitti religiosi riuscì innanzitutto ad eliminare la guerra di religione in Germania. Per la corretta interpretazione di questa seconda e definitiva pace religiosa si portarono le eventuali altre cause in tribunale, non lasciando divenissero fattori di guerra.
In due casi si parlò ancora di minaccia di una guerra di religione in Germania. Nel 1721 l’organizzazione degli Stati imperiali protestanti, il Corpus Evangelicorum, respinse le ingerenze cattoliche introdotte nell’Impero con mezzi politici, ma talmente ostentati che si temette una escalation. Ma si riuscì a scongiurare grazie al richiamo all’esempio spaventoso della Guerra dei Trent’anni da parte di politici avveduti. Inoltre, nella Guerra dei Sette anni si fronteggiarono inaspettatamente i poteri cattolici e protestanti attraverso la rivoluzione diplomatica, che il Papato da una parte, e la Prussia e l’Inghilterra dall’altra, volevano trasformare in guerra di religione. Ma dal momento che la Prussia aveva invaso la Sassonia protestante, e l’imperatore e l’Impero risoluti controsterzavano, questo “commiato dalla guerra di religione” (Burkhardt) apparve palese propaganda non molto credibile. In entrambi i casi un’intelligente gestione della crisi da parte dell’Impero impedì la ricaduta nella guerra di religione. Su questo punto si era imparato qualcosa in Germania e la Guerra dei Trent’anni era finita davvero.


II

Tuttavia la guerra dei Trent’anni conobbe anche altri fattori di prolungamento, ancora più persistenti. Ciò che si mise all’opera fu la dinamica stessa delle azioni militari. L’“eroe della fede cristiana” Gustavo Adolfo morì nel 1632, solo due anni dopo il suo intervento. In realtà questa, da sola, sarebbe stata una buona ragione per finire la guerra. Solo che l’esercito svedese si trovava in Germania, addirittura nella Germania del Sud. Inoltre vi erano l’esercito dei Wallenstein, l’esercito della Lega, l’esercito spagnolo nell’Ovest e presto anche l’esercito francese. Alcuni capi militari, come Bernhard von Weimar, non sapevano esattamente a chi appartenevano. Sono i tempi dei soldati mercenari e dell’imprenditoria di guerra. Questo significava che si viveva della guerra, e che in caso di pace molti avrebbero perso i mezzi di sostentamento. La guerra era anche un macabra misura per creare lavoro. Ciononostante c’era da sperare sempre meno in una regolare retribuzione. I soldati, invece del “soldo” erano pagati con il bottino, le requisizioni o l’estorsione delle ultime scorte. Di che cosa avrebbero dovuto vivere questi uomini? Cosa si sarebbe potuto fare degli eserciti?
Secondo le dicerie, una volta l’esercito svedese, con una sorta di rivolta militare, aveva estorto ai leader politici la garanzia che la Svezia non avrebbe stipulato la pace senza consultare le gerarchie militare. Non era nemmeno lontanamente pensabile che la povera Svezia avrebbe mai potuto mettere insieme le paghe arretrate le liquidazioni in scadenza per un accordo di pace. Una buona parte delle trattative che si trascinavano riguardavano l’esigenza svedese di soddisfare i militari. Per l’aiuto agli Stati imperiali tedeschi la Svezia chiese venti milioni di talleri dal momento che non si poteva giungere alla pace in altro modo, ma gli Stati imperiali tedeschi si dichiararono pronti a raccogliere cinque milioni di talleri. Si trattava di una richiesta enorme, considerate le distruzioni della guerra. Si dovette stare in trattative per un anno a Norimberga, riuniti a Congresso, per dividere i costi fra gli stati imperiali ed organizzare la riscossione di questa tassa speciale di 300 debiti singoli, cosa che alla fine riuscì e venne celebrata con un grande banchetto. Uno per uno, in seguito al pagamento delle loro richieste arretrate, gli eserciti stranieri se ne andarono.
In questo campo c’erano accenni di una futura soluzione del problema. Gli eserciti immobili del periodo successivo, che a volte erano semplicemente eserciti rimasti  immobili con la pace, avrebbero potuto offrire ai militari una fonte di sostentamento, senza che si fosse dovuto fare nuovamente la guerra. I soldati non furono reclutati solo per la guerra, ma i regnanti li facevano istruire ed esercitare anche in tempo di pace. Tuttavia una piena statalizzazione, nel senso di un incorporamento istituzionale, non fu mai raggiunto. L’esercito rimase uno strumento nelle mani del monarca, privo di controllo dei portatori di funzioni politiche e delle istituzioni ed era quindi soggetto solo all’arbitrio dei sovrani. L’effetto bellicistico si può osservare con i “signori della guerra” Luigi XIV o Federico il Grande.
C’è anche una migliore tradizione tedesca derivante dalla Pace di Westfalia. Al Parlamento, e non più ai singoli prìncipi, venne assegnata la competenza sulla guerra e sulla pace. Un esercito dell’Impero fu istituito solo su decisione del primo Parlamento tedesco in cui erano presenti i rappresentanti degli Stati imperiali. In conformità con le tradizioni dell’Impero, esso era stato creato solo per utilizzo in caso di difesa. Se oggi in Germania il Parlamento deve decidere su ogni impiego dell’esercito che non sia l’immediata difesa nazionale, è per conformità a questa tradizione della storia tedesca. Tuttavia un tale controllo istituzionale e un tale orientamento alla difensiva non erano la regola in Europa, e purtroppo anche la storia tedesca non si vi si è sempre attenuta. 
Nelle mani del monarca assoluto, il quale subentrava al posto dell’imprenditore di guerra della Guerra dei Trent’anni, gli eserciti rimasti divennero un fattore di rischio, dal momento che non erano pienamente incorporati dello Stato e quindi da questo non controllati. Tale fattore contribuì all’intensificarsi delle guerre in Europa nella prima età moderna. Si potrebbe riflettere se i “signori della guerra”, come vengono chiamati i Wallenstein, nelle zone di crisi, non rappresentassero anche una ricaduta nella Guerra dei Trent’anni.


III

Arriviamo quindi alla terza prospettiva (in realtà, politica) del prolungamento della guerra: l’intervento delle potenze universali. La Guerra dei Trent’anni negli anni Venti del Seicento era stata ancora un problema principalmente tedesco, e, anche dopo il periodo svedese, gli Stati imperiali tornarono all’imperatore e all’Impero nel 1635. Con la Pace di Praga del 1635, stipulata fra l’imperatore e la Sassonia, e alla quale aderirono tutti gli Stati imperiali, la guerra tedesca in realtà era finita. Ma le potenze straniere erano ancora nell’Impero, gli spagnoli come alleati dell’Impero Asburgico, ma soprattutto gli svedesi, e presto si aggiunsero i francesi. Già nel trattato di pace tutti gli Stati imperiali si erano impegnati ad agire soltanto uniti per cacciare queste potenze dalla Germania. Con ciò la guerra diventò definitivamente europea. Cosa si nascondeva dietro?
L’Europa fungeva da unità politica, la quale però non era ancora costituita da Stati con eguali diritti. L’ideale di ordine politico era ancora impregnato di una rappresentazione gerarchica, che, così come un triangolo o una piramide, doveva avere una punta. Ma chi doveva stare in punta? L’imperatore, il re spagnolo o la dinastia asburgica? Il re francese, che si presentava alla cristianità come il più cristiano di tutti? O forse il re svedese Gustavo Adolfo, che con il Mar Baltico rivendicava il mare del mondo dei nordici e sotto l’ispirazione dei suoi antenati gotici se ne andava già per mezza Europa come un nuovo re dei popoli migratori e si aggrappava all’Impero? Tutti e tre i concorrenti ebbero in fasi diverse la loro chance. Tuttavia nei tardi anni Trenta diventò comunque chiaro che nessuno poteva più farcela e che si doveva raggiungere un compromesso. Ma come?
Nell’ideale di ordine il posto sulla cuspide della piramide era visto come un posto in organico e come tale andava occupato. Se non lo si prendeva da sé, non significava che nessuno l’avrebbe preso, ma si temeva che qualcun altro l’avrebbe occupato. E anche se ci si accordava di lasciarlo vacante, allora in questo modello non si era costruito in ordine durevole, bensì un interregno o l’anarchia. Era necessario un cambiamento di modello o un nuovo ideale di ordine: il sistema degli Stati. I giuristi da Bodin a Grozio, attraverso le categorie di sovranità, di ragion di Stato e di diritto internazionale, svilupparono un concetto di cittadinanza plurima che però andava prima recepito e poi messo in pratica. Il lungo dibattito cerimoniale durante le trattative della Pace di Westfalia – chi c’entra e chi no? – dimostra che non ci si capiva in questo nuovo ordine. Quelle che precedentemente erano potenze universali diventarono soggetti di diritto internazionale che si riconobbero l’un l’altro come portatori di pari diritti. Qui non si trattava più solo del cambiamento di un paio di regioni o di regolamenti di confine, bensì si trattava di un nuovo ordine e delle sue forme di diritto internazionale, le quali dovevano essere prima trovate, introdotte e bilanciate. Questo richiedeva tempo – anni di riflessioni e quattro anni di trattative a Münster e Osnabrück, durante i quali le azioni militari proseguivano. Non se ne è parlato così, ma bisogna riconoscerlo fra le linee di ogni trattativa.
Il risultato fu che la pace che inizialmente era fra i concorrenti universali – così si può chiamare questa forma di conflitto a partire dalla monarchia universalis di Carlo V che comprendeva mezza Europa – diventò la pace fra i contraenti del Trattato di Westfalia. L’imperatore stipulò una pace con la Francia a Münster e una pace con la Svezia a Osnabrück, e tutto ciò con un dispendio di cerimonie e parole che codificò un ordine parallelo di diritto internazionale fra queste potenze. Diventò il cuore del sistema degli Stati europeo. Quindi la Guerra dei Trent’anni è stata anche una guerra di costruzione di Stati, a causa del suo esito. Con questo concetto da me portato nel dibattito storiografico fin dal 1991 (nel frattempo ha incontrato un ampio consenso), non si intende che sia stata espressa volontà di queste potenze costruire Stati e un sistema di Stati. Più che altro  si tratta innanzitutto di un mezzo di soluzione attraverso cui si giunse alla pace, e fu inoltre il risultato della guerra. Tuttavia la concorrenza universalistica irrisolvibile nel vecchio modello, la ricerca di una soluzione e la sua realizzazione caratterizzò la seconda metà della guerra. Da questo punto di vista, la durata della guerra diventa più comprensibile. È stato quasi un miracolo e ha richiesto fantasia creativa e forza organizzativa l’introduzione di un nuovo modello di organizzazione politica dell’Europa, sulle cui basi la pace fosse realizzabile. Non a caso viene chiamato “sistema di Westfalia” questo sistema che estende i suoi effetti fino alle soglie del presente, che oltrepassò l’ordine europeo universalistico e gerarchico e lo sostituì attraverso la legittimazione di Stati singoli eguali e sovrani in Europa e nel mondo. 
Ma allora perché dopo la Pace di Westfalia del 1648, il cui ordine venne presentato come valido per sempre per l’Europa, la serie di guerre non si interruppe e nella seconda metà della prima età moderna? Qui bisogna considerare che nel 1648 la parità fra gli Stati europei venne stabilita come nuova norma – tutti i trattati di pace successivi facevano sempre espressamente riferimento alla Pace di Westfalia – ma questa doveva prima affermarsi, ed imporsi anche sulla violenza della guerra, che inizialmente era un’esigenza. Inoltre vi erano numerosi altri fattori, che in parte passarono in secondo piano, come ad esempio la guerra di religione, che tuttavia gli stati esigevano per la loro progressiva costruzione e che quindi svilupparono effetti collaterali bellicosi. Se si osservano tali fattori – io li ho raggruppati in una tipologia di guerra in una teoria della bellicità moderna – si nota che alcuni sono stati superati, ma altri rimasero validi anche oltre la Guerra dei Trent’anni. Se si richiama alla mente il risultato di questo problema irrisolto della guerra per la costruzione di Stati, può sorgere il sospetto che si possa parlare non solo di una Guerra dei Trent’anni, ma di una guerra di trecento anni nella prima età moderna, che durò dal XVI alla seconda metà del XVIII secolo. E oggi, sotto alcuni aspetti, ai margini dell’Europa o del mondo ci si può ancora chiedere se anche per la Guerra dei Trent’anni non sia ancora valida la domanda “La guerra è finita. Davvero?”.