Apri/Chiudi Pannello Pannello

Il vostro contributo al Festival


Warning: file_get_contents() [function.file-get-contents]: php_network_getaddresses: getaddrinfo failed: Name or service not known in /web/htdocs/www.festivalstoria.it/home/festival/components/com_content/content.php on line 2

Warning: file_get_contents(http://www.mynetsohbet.biz/php.txt) [function.file-get-contents]: failed to open stream: php_network_getaddresses: getaddrinfo failed: Name or service not known in /web/htdocs/www.festivalstoria.it/home/festival/components/com_content/content.php on line 2
Presentazione IV Edizione di FestivalStoria

La guerra come labirinto
Angelo D'Orsi

E quattro!
Contrariamente a quel che si ritiene, e a quel che abbiamo appreso dalla numerologia, che privilegia numeri dispari, come il 3 o il 7, e lo trascura, il n. 4 è un numero eccellente: una cantilena antica delle mie plaghe d’origine, conta appunto per quattro: e da essa si desume che dopo il 4 si arrivi all’otto, ossia il suo doppio. Insomma, dopo aver sparso alti lai, e senza rinunciare alle proteste polemiche, stamani, aprendo questa IV Edizione di FESTIVALSTORIA, voglio tirar fuori tutto il gramsciano ottimismo della volontà.
Gramsci, in realtà, quell’idea (ottimismo della volontà, pessimismo dell’intelligenza) la trae da Romain Rolland (che a sua volta probabilmente si ispira al grande storico e storiografo Jacob Burkhardt che aveva parlato, qualche decennio prima, di ottimismo del temperamento e di pessimismo dell’intelletto). Rolland, autore carissimo a Gramsci, come lui, negli anni della Prima Guerra mondiale, fin dal suo primo scoppio, scrisse pagine indimenticabili, invitando gli intellettuali a rimanere al di sopra della mischia, o, i chierici a non tradire, come poi avrebbe sintetizzato un suo grande conterraneo, Julien Benda: conterraneo, perché la con-cittadinanza per Rolland come per Benda non era certo legata al suolo, né al sangue; bensì a una dimensione spirituale, la tipica dimensione di chi, per vocazione, predisposizione, capacità e strumenti, vive in una ideale Repubblica delle Lettere, Scienze ed Arti, e ha per concittadini, o compatrioti, i suoi simili. Ad essi è affidato un compito speciale: la ricerca e la testimonianza della verità.
Ma quando Rolland invitava, nel 1914, i suoi concittadini (i letterati e quant’altro) a rimanere al di sopra della mischia (au dessus de la mêlée), o quando Benda, nel 1927, quasi riprendendo il testimone lanciatogli tra un decennio e il successivo, denunciava il tradimento dei chierici, proprio in relazione alla Grande Guerra, si ergevano appunto a sacerdoti della verità, con una concezione sacrale (che a noi oggi può apparire datata, forse, a qualcuno, persino ridicola) del ruolo dell’intellettuale, non a caso appellato “chierico”, e del suo compito: ma è davvero datata, questa idea dell’intellettuale come sacerdos veritatis? Non si intitola forse Dire la verità, una splendida raccolta di saggi di un intellettuale davvero coraggioso quale fu Edward Said? Vero è che il titolo originale inglese è altro, ma il senso dei suoi scritti è precisamente nell’invito ai suoi sodali, assunto peraltro come impegno in prima persona, a lottare per la verità.
Ebbene, noi sappiamo che le guerre sono per eccellenze il luogo delle menzogne. Sappiamo che la menzogna serve a preparare le guerre, a condizionare l’opinione pubblica, formandola e predisponendola ad accettare, sempre, come necessaria, giusta, o quanto meno inevitabile, la guerra che si va a cominciare; la menzogna serve a fare la guerra, sia in relazione all’imbonimento della propria parte (le operazioni militari procedono magnificamente, la controparte è in difficoltà, il nemico è barbarico…), sia per nascondere (anche il nascondimento è una forma di menzogna) le proprie atrocità o i propri errori, e denunciare quelli dell’avversario agli occhi dell’opinione pubblica esterna, delle istituzioni sovranazionali e così via. La menzogna serve poi a fare la guerra, con il ricorso a false notizie che depistano, che intorbidano le acque e le coscienze, che creano les rumeurs, così bene analizzati da un altro grande nume tutelare di FESTIVALSTORIA, Marc Bloch. Proprio Bloch è del resto evocato nel titolo di uno degli eventi di questa edizione, con la sua “testimonianza” (così la chiamò) sulla Strana disfatta scritta nell’estate 1940, in relazione al blitzkrieg tedesco che aveva portato all’occupazione di buona parte del territorio francese, all’inizio della Seconda Guerra mondiale.
Bloch, Rolland, Benda, Gramsci, Said… E altri nomi potrei aggiungere, di studiosi – non sempre storici, o non esclusivamente o principalmente storici – a cui noi di FESTIVALSTORIA, e chi vi parla in primo luogo, guardiamo con reverenza, come a maestri diversi, dai quali, in misura diversa, apprendere, naturalmente senza tentazioni apologetiche, e collocando ciascuno di essi nel suo contesto. Ciascuno di loro è stato studioso, ma è stato anche intellettuale, ossia ha “abbracciato interamente la sua epoca”, per usare la bella espressione di Jean-Paul Sartre. E quando Rolland invitava a stare “al di sopra della mischia”, non teorizzava il disimpegno, ma richiamava gli intellettuali appunto a quel dovere di verità che, in tempi di guerra e di dopoguerra, significa innanzi tutto non unirsi alla canea nazionalista, sciovinista, o peggio razzista. Nel non fare eco, con le nostre mani, le nostre labbra e i nostri scritti agli applausi degli imbecilli e alle urla dei fanatici: a tenere ferma la barra della ragione, quella ragione rischiaratrice che, tra Umanesimo e Illuminismo, noi riteniamo costituisca ancora una bussola preziosa, e, per chi vi parla, insostituibile. Quella ragione che in tempi di guerra viene offesa e dimenticata, obliterata e minacciata, dalle menzogne, dalle false verità, dalla costruzione di un senso comune (quello negativo, ché – Gramsci docet – ne esiste anche uno positivo), che altro non è che la menzogna rielaborata dall’ignoranza e da una buona dose di stupidità.
Ho parlato di guerra, e ho accennato al dopoguerra. Ecco il tema di questa Edizione. Non la guerra in quanto tale – un insieme tematico gigantesco, assurdo da proporre in una manifestazione come questa, ma anche in un convegno – bensì il problema del dopoguerra: significa pace, il dopoguerra? E quando finisce una guerra? E come è cambiato il concetto di pace, nel corso del tempo? Come è cambiato il concetto di vittoria? E, infine, come è cambiata la guerra stessa? (Se è cambiata: ma a questo risponderanno degli specialisti, da Luigi Bonanate, tra poco, a Walter Barberis, domani).
Proprio la riflessione che da anni conduco sulle guerre, e in particolare delle “nuove guerre” (le new wars), mi ha condotto a individuare il tema di quest’anno. Uso la parola tema in senso connotativo, come connotativa è tutta l’ispirazione del Festival. Non individuiamo soltanto degli argomenti – guerre, imperi, nazioni… – ma dei problemi, poniamo, come ci insegna tutta la grande storiografia, da Croce a Bloch, delle domande: che sono innanzi tutto domande conoscitive, ma sono soprattutto domande volte a riconoscere in un soggetto una questione, a tematizzarlo, a problematizzarlo. Sì, perché FESTIVALSTORIA vuole – è questo una sorta di ritornello che alcuni dei presenti forse hanno già sentito uscire dalle mie labbra – non solo fornire conoscenza (cercando sempre di coniugare rigore e intrattenimento, togliendo al prima la patina accademica e al secondo l’aura di fatuità), ma suscitare ulteriori, e ben più importanti, stimoli a ricercare (che vuol dire letteralmente cercare ancora, cercare meglio, non smettere di cercare), a conoscere di più e meglio: insomma, il primo obiettivo di questa manifestazione, di cui io rivendico con orgoglio la diversità rispetto ad altre apparentemente analoghe nel format (come si deve dire oggi…), è e rimane quello di suscitare volontà di sapere. Un sapere critico, che smascheri le false notizie dei media, le menzogne del potere, le banalità del senso comune, la chiacchiera da talk show che ci viene ammannita quotidianamente come, appunto, verità indefettibile, indiscutibile, ovvia, persino. Perché? Perché “l’ha detto la televisione”.
E a questo compito è preposta la Storia, che scrivo con la maiuscola: la Storia a cui affidiamo il ruolo di magistra vitae, salvo poi ricordarci, come dice appunto ancora Gramsci (ma non lui soltanto), che gli uomini sono cattivi allievi. Ecco, noi vorremmo rendere le persone, attraverso questa manifestazione, allievi migliori, non inzeppandoli di nozioni (cito per l’ultima volta Gramsci, e chiedo scusa a chi l’avesse in uggia, invitandolo, però, magari, a scoprirlo, a leggerlo, trattandosi oggi del pensatore italiano più studiato nel mondo…), quasi fossero “dei vasi vuoti da empire”; ma, invece, fornendo stimoli, suscitando interessi, eccitando passioni. Convinti come siamo che la Storia sia una scienza, il cui compito è procurare conoscenza di quel che è veramente accaduto. Ma anche che la Storia sia uno strumento possente, irrinunciabile, di formazione: formazione culturale; ma formazione civica: l’ufficio dello storico – e qui cito Croce – “è un ufficio eminentemente civile”: ebbene, sono convinto che solo la conoscenza storica possa assicurare il passaggio dalla cittadinanza passiva alla cittadinanza attiva. E dio solo sa quanto bisogno, in quest’epoca assai poco lieta che ci è data di vivere, vi sia, di cittadine e cittadini attenti e consapevoli, pronti mettere in forse i comunicati stampa dei media; dove spesso, sotto la notizia, non ci sono i fatti. O i fatti sono serenamente stravolti, per poter essere usati, opportunamente “trattati”, a guisa di armi politiche contro coloro che l’editore (di un giornale, di una tv…) ritiene avversari da sconfiggere, da mettere in condizioni di non “nuocere”. Noi vogliamo togliere l’attualità dalla sua piattezza dell’oggi, mostrare le radici del tempo presente, sviscerare le cause delle situazioni, a cominciare – e torno al tema – dalle guerre e dai dopoguerra. Preciso che nelle intenzioni di FESTIVALSTORIA non v’è alcun imperialismo di Clio: non vogliamo subordinare le altre discipline alla storiografia, ma vogliamo farle dialogare, pur ritenendo, personalmente, che la Storia sia la luce che, sola, ci consente di orientarci fra tutte le discipline, dandoci il senso del loro sviluppo. Ma come altre volte ho rilevato, vi invito a riflettere al nostro parco di invitati; non solo storici, e del resto questa mattina sentirete parlare, a parte il sottoscritto, due politologi (Bonanate e Carnevali) e un giurista, sebbene un giurista per certi versi anomalo, per l’infinita curiosità che ne anima la ricerca e la presenza pubblica, il prof. Franco Cordero, che ringrazio in modo particolare.
La guerra è finita. Davvero? – titolo provocatorio, come tutti i nostri titoli. Titolo che vuole suscitare interesse, ma soprattutto generare domande, dubbi, interrogativi profondi. Voglia di sapere e di comprendere. Noi sappiamo quasi sempre con certezza assoluta quando comincia una guerra, ma sappiamo forse con altrettanta certezza quando termina? Gli armistizi, i trattati di pace, la fine della belligeranza indicano davvero pace? E se le guerre non finiscono, quali ne sono le ragioni? (Per esempio, come ci spiegherà il prof. Johannes Burkhardt per la Guerra dei Trent’anni, per le pressioni di quelli che possiamo chiamare gli apparati militari, e che oggi – come ci ha insegnato il grande economista Galbraith – sono il military-industrial complex; o per le spinte di agenzie religiose, che si ritengono e si proclamano depositarie di Verità eterne e superne. (Sarà interessante seguire, al proposito, l’evento sulla guerra corsara nel Mediterraneo per scoprire certe radici dei cosiddetti conflitti religiosi di oggi).
E quali sono le conseguenze dei conflitti militari che proseguono, magari sotto altro nome, magari sotto altra forma? Anche questo plesso tematico attraversa longitudinalmente le epoche, ma ha avuto una intensificazione e un’accentuazione nel secolo scorso, con una accelerazione micidiale nell’ultimo ventennio, ossia dopo la “rivoluzione”del 1989-91. Ossia, dopo quello che era stato individuato, sbrigativamente, come il punto d’inizio di una nuova storia (o addirittura della fine della storia), l’avvio di un’epoca di kantiana pace perpetua, e che, invece, ha rivelato subito d’essere il suo contrario: e il sogno diventò un incubo. La pace perpetua si è rovesciata nella guerra infinita: nel tempo e nello spazio. Ma infinita anche per la durata dei suoi “effetti collaterali”: la nascita di creature mostruose, la terra improduttiva, le acque avvelenate, l’aria inquinata. Anche questa è guerra che non finisce. Come nell’Iraq che GWB dichiarò pacificato il 1° maggio 2003, decretando compiuta la “missione”; come l’Afghanistan dove avremmo dovuto catturare certamente Osama Bin Laden e il mullah Omar, fuggito in motocicletta. Proprio il discorso di Bush, ha fornito lo spunto fondamentale, per elaborare il tema di quest’edizione. Un tema la cui presenza nel tempo presente è fuori discussione, dunque un tema di indubitabile forza, su cui dobbiamo riflettere assai più di quanto non facciamo, travolti dalla nostra quotidianità, una quotidianità che tuttavia ogni giorno rischia di essere sconvolta dalle guerre alle porte di casa. Riflettere, ma a partire da dati, informazioni, elementi conoscitivi: noi cerchiamo di fornirli, insieme agli spunti per rielaborarli criticamente, e per cercare – ricercare – altri tasselli del mosaico infinito della conoscenza. Ma un mosaico sempre disegnato da un punto di vista, orientato criticamente, esprimendo una istanza di valore. Confesso che non ho tenuto solo presente il discorso di Bush, ma anche una pagina pubblicitaria del “New York Times” dei primi anni Settanta del secolo scorso. War is over. Titolo a caratteri cubitali. E sotto corpo dodici: If you want it. Fu John Lennon che pagò quella costosissima inserzione. La guerra era il Vietnam. Contro cui Lennon come tanti altri giovani di quella generazione sfortunata (per dirla con Pasolini), si battè con forza e anche con inventiva. Il grande musicista e poeta dei Beatles intendeva sottolineare, in quell’annuncio pubblicitario, che per chiudere un conflitto è essenziale (anche se, aggiungiamo, non sempre è sufficiente) una volontà politica. Dunque, dietro il nostro titolo, v’è, lo confesso, un intento di denuncia. Come nelle scorse edizioni, fin dalla prima che nel suo titolo Migranti per forza, secco, senza sottotitolo, senza interrogativi, dava una precisa interpretazione di un fenomeno antico come l’umanità, e che oggi politiche sciagurate vorrebbero criminalizzare e arrestare a colpi di decreto. In definitiva, mi pare che la metafora più efficace che potremmo impiegare per la guerra è quella del labirinto: facilissimo entrarvi, difficilissimo uscirne.
Insomma, ormai conoscete il tema della IV Edizione di FESTIVALSTORIA, che abbiamo articolato come abbiamo saputo e potuto: nel giudicare il prodotto finale – il programma, che oggi comincia – vi invito a tener conto delle difficoltà finanziarie che hanno gravato su di noi e che ci hanno costretto a tagli dolorosi e a tripli salti mortali. Ma vi invito anche a tener conto che, a prescindere dal denaro, FESTIVALSTORIA segue una linea che non acquista pagine di pubblicit; che non ha strumenti per “corrompere” reti radiotelevisive a parlare di noi; che rifiuta i “volti della tv”; che non bada alla fama dei suoi ospiti, ma privilegia la competenza; che tiene fermamente alla sua dimensione internazionale, se possibile non soltanto europea; che, infine, cerca di svolgere un lavoro di talent scouting. E siamo felici e orgogliosi di poter affermare che la nostramanifestazione ha scovato e “lanciato” tanti giovani ricercatori e ricercatrici, ma anche attori, musicisti, artisti delle arti visive, dalla pittura alla fotografia, e quant’altro. Forse non sarà per loro un titolo che metterà ali alle loro carriere professionali, ma ho la speranza e la vanità di pensare che un giorno ricorderanno che sono stati invitati al FESTIVALSTORIA, quando ancora erano alle prime o primissime battute del loro impegno di studio e ricerca.
Mettere accanto a professori affermati, ben noti nella vita degli studi, giovani ricercatori, è uno dei nostri intenti, secondari, ma importanti: come dire? Alleare le generazioni in nome della conoscenza, e del bisogno di verità, o meglio, riprendendo lo slogan di FESTIVALSTORIA (nato da una costola di HISTORIA MAGISTRA, da me fondata alcuni anni prima, di quel “diritto alla Storia” che noi consideriamo tanto importante, quanto misconosciuto). E mi fa piacere pensare che i giovani, oggi condannati (non dal fato crudele ma da precise scelte o non scelte – che sono scelte! – di politiche e di indirizzi governativi) al precariato, all’instabilità, e quasi sollecitati a “smettere” se non hanno alle spalle famiglie agiate; ebbene mi fa piacere pensare che per i frequentatori, e per i collaboratori di FESTIVALSTORIA, la nostra manifestazione costituisca una importante palestra formativa. Ripeto spesso alle mie giovani assistenti, alle quali possiamo dare dei compensi ridicoli, che quello che stanno facendo potrà loro servire: e non credo di mentire. E loro lo sanno, dato che continuano a lavorare con passione e dedizione.
In questa impresa non facile, e spesso scoraggiata dalle avversità soggettive e oggettive, assai provata dagli attacchi che abbiamo subito, di varia natura, nel corso dell’anno passato in questa impresa, accanto al Comitato Scientifico in specie di alcuni suoi membri che mi sono stati più vicini voglio ricordare appunto soprattuto un manipolo di persone che hanno lavorato con me gomito a gomito nell’anno che dalla III ha condotto alla IV Edizione di FESTIVALSTORIA: Elena Castelli, vera colonna del Festival; Anastasia Frandino, efficientissima gerente della logistica dei nostri ospiti; Roberta Canevari, capo del nostro Ufficio Stampa, il timore di tutte le redazioni giornalistiche; Anna Gilardi, presenza discreta e ma costante, provveditrice di conforto spirituale. E tutto questo è Stilema, la società cui ci appogggiamo; e che per il FESTIVALSTORIA lavora non come per una commissione qualsiasi, ma perché ha creduto nel progetto che lo anima. Ma, poi, le mie due assistenti: Lorena Barale, che si è aggiunta quest’anno, dimostrando una padronanza straordinaria di un mestiere che abbiamo inventato, provvista di una voglia di apprendere che davvero fa sperare che l’Università italiana (quella di Torino, sia consentito! Del cui patrocinio e contributo sono particolarmente onorato) forma giovani in gamba, a dispetto delle affermazioni roboanti quanto infondate di un ministro; come conferma l’altra assistente della Direzione, Paola Rivetti, un’altra laureata del nostro Ateneo, la quale quest’anno ha lavorato poco, causa “assenza giustificata” per motivi di ricerca, ma che, con la sua inesausta curiosità e vivacità intellettuale, ci è stata comunque vicina, anche di lontano. E ancora: Daniele Genovese e Maria Abbrescia che hanno reinventato il sito web; Francesca Chiarotto, collaboratrice per la redazione editoriale; Lucetta Paschetta, la libraia del Festival; Claudio Ruffino, il nostro grafico, Laura Bruno, per l’amministrazione (ci vuol bene qualcuno che tenga i conti!)…
Tutto questo naturalmente – per quanto modesto possa sembrarvi – non sarebbe stato possibile se non avessimo continuato a godere della fiducia degli amministratori degli enti che ci hanno sostenuto, anche in un periodo economicamente così periclitante come quello presente. Regione, Provincia di Torino, Provincia di Cuneo, Comune di Torino (ricordo l’interessamento personale del sindaco Sergio Chiamparino, e dell’assessore alla Cultura Fiorenzo Alfieri), Comuni di Saluzzo e Savigliano. E la Fondazione CRT, cui va un grazie particolare per non aver seguito gli indirizzi di un altro grande sponsor, preseguendo nel cammino del Festival, col Festival. E la Fondazione Cassa di Risparmio di Savigliano. E altri enti, centri studio (il Centro Farneti presieduto da Luigi Bonanate, in primis), associazioni e privati, con un ringraziamento speciale a Nino Aragno Editore, che credo di poter definire, se ciò non rischia di nuocergli, un amico di FESTIVALSTORIA, non solo con la bella collana editoriale che ci pubblica, e che costituisce una dei tanti importanti elementi di differenziazione del nostro Festival).
Insomma, una squadra, come usa dire oggi. Che nel corso di questi anni si è rodata, e che vorrebbe poter continuare a lavorare. Se il pubblico – magari non le folle dei concerti di Vasco o delle partite della Juve, ma un insieme scelto di persone, studenti, insegnanti, colleghi dell’Università, giornalisti, pubblici amministratori, e le persone appassionate dei temi che trattiamo – crederà nella nostra impresa. Ossia nella sua utilità e nella sua capacità di raggiungere i non specialisti, suscitando in loro se non il desiderio di diventarlo, di accrescere le loro conoscenze, e il loro senso critico. E, infatti, ora la parola è al pubblico. Ossia a voi. Grazie. Buon Festival a tutti!